mercoledì 11 dicembre 2013

Diversi

«Se dovessi disegnare l'amore, come lo faresti?»
«Mezzo esagono e mezzo cerchio.»
Prego, Luca, questo è il foglio…»
































«Me ne parli?»
«Questi sono cuori diversi. Prima i cerchi erano normali, adesso sono diversi, di tutti i formati…»
«Cos'è l'amore per te?»
«Sono i miei personaggi, ché voglio fare il personaggio perfetto. Mi da tanta fatica lavorare per il fumetto e questo mi rende la vita difficile. Non capisco il perché.»

Prima tiene la firma fuori, poi la include in uno dei cuori/baloons.

lunedì 14 ottobre 2013

2. IO DISEGNO PER SHEILA


Giù la maschera, dài, chiamo Luca col suo nome. Suona così bene: queste due consonanti seguite da vocali, in sequenza. Chiedo a chi di dovere, alla madre. E arriva il permesso, si può. Anzi, forse si deve. Luca è Luca. Un mezzo genietto che va fatto conoscere, mica tenuto in teca. Fa parte dell'incarico. I binari concordati sono due: tenere d'occhio il percorso terapeutico, e crearne un altro: un abbozzo di piano formativo propedeutico al lavoro. Sì, lavoro, vabbè…
 

Ma torniamo indietro. La volta scorsa, con la psicologa Serena ci siamo lasciati a inizio estate. Se ne riparla in ottobre, dice lei, devo chiedere, stendere un progetto, bisogna vedere se va in porto.

Qualche settimana dopo ho una presentazione dei miei lavori al Porto Antico. La giornata butta male, a Genova fa caldo, finiamo in un loculo col sole battente, poco lontano una cover band di Vasco Rossi suona a tutto volume.


Per fortuna ho un pubblico folto e cordiale, conquistare l'attenzione fa parte del mio mestiere, la band smette e tutto va per il meglio. Fuori dai vetri del loculo, mentre parlo al microfono, noto di sfuggita una figura conosciuta: Serena, la psicologa. Mi sorge il dubbio. Allargo lo sguardo. Di fianco a lei c'è la mamma di Luca, e lui che si sbraccia in un saluto col sorriso.
 

Finito l'incontro, esco e li raggiungo. Bello così, vicino al mare. Tutto sembra ancora facile, poetico, avventuroso. Due chiacchiere e via. Poi le vacanze, la famiglia, si gioca coi bimbi, e si riserva un pensiero sfuggente a quel progetto in fieri. Che quindi eccita la fantasia, stimola idee. Di tanto in tanto, mi chiedo quali.

Parla chiaro, uomo, che ne sai tu di autismo? A dire il vero, qualcosa sì. Tanti anni fa ho lavorato in una cooperativa sociale, c'erano ragazzi autistici. Eri ragazzo, uomo, e ti occupavi di troppo altro. Li sfioravi appena, era tutto romantico, uomo. Qui ti chiedono di chiuderti in una stanza con Luca.
 

Già… caccio il pensiero e mi butto in acqua coi bimbi.

Si entra in settembre. Il lavoro riprende, i figli tornano all'asilo, la casa diventa un cantiere. Sei sotto stress quando arriva la chiamata di Serena. Speri quasi che ti dica che tutto è andato a monte. Nossignore. Si fa, si parte in ottobre.


La incontri. Lei ti ribadisce i tratti salienti della vita di Luca. Fa l'artistico, vive in un quartiere popolare. Ha solo la mamma. Si parla anche di epilessia. Ascolti, ma soprattutto ti ascolti. Fai il bulletto. Solo un programma di massima, rilanci, io sono abituato alle tecniche d'improvvisazione. Ho fatto lezioni nelle scuole, in carcere. Mi butto, do tutto, è sempre andata benissimo.


Vediamo cosa ci combina Luca, volta per volta, e ci imbastiamo sopra il lavoro. Serena mi guarda un po' così, mi spiega cosa sono le "storie sociali", che questi ragazzi sono privi di senso del limite, di responsabilità, e che necessitano di continui stimoli comportamentali. Semplici e lineari. Mi schermo dietro anni di professione e un pizzico di prosopopea. Ma alla fine ci intendiamo, anche lei vuole capire cosa succederà.
 

Poi arriva il giorno.

Luca si presenta al centro con la madre e la sacca di scuola. Indossa grosse cuffie auricolari bianche. Ci chiudiamo in quello stanzino che immaginavo, siamo noi tre. Si siede e inizia lui: "Sai, Serena, per quella cosa che ti dicevo… Quel film, The house of the dead"…
 

"Luca, ne parliamo un'altra volta. Ora c'è qui Lorenzo e dobbiamo sentire cosa ha da dirci". Lui mi fissa per un attimo, titubante. Capisco subito che sarà dura.

"Ciao, Luca, come sai mi chiamo Lorenzo Calza e di professione faccio lo sceneggiatore di fumetti". Alzo un albo di Julia, glielo sfoglio davanti e descrivo il personaggio. Mi scopro impacciato, un po' logorroico.
 

Lui tiene lo sguardo basso, poi al cielo, poi parte: "Sai, Serena, quel film, Zombie di Romero… Insomma, lo vorrei, anche se so che non posso…"

Il castello mi crolla. Spavalderia, prosopopea, la vanagloria di cavarsela da soli. Senza letture a riguardo, senza ascoltare, divorando tutto, da vero rocker. Vabbé, si cambia musica, accetto. Chiudo il fumetto. Chiedo a Luca dei suoi disegni.


"Il mio personaggio preferito si chiama Sheila… Io disegno per Sheila…" 
"Chi è Sheila?"
"L'eroina perfetta. Fa le indagini, risolve i casi con i ladri. E c'è anche suo fratello Humbert."


"Humbert…"


Gli chiedo di disegnarmela. Lo vedo all'opera, per la prima volta.

Ora gli occhi li abbasso io.

Vedo Sheila.


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giovedì 10 ottobre 2013

1. HO IMPARATO A FIDARMI DI TE

Potrei partire dall'inizio, l'estate scorsa. In uno squallido bar incontro una ragazza. La chiamo Serena, anche se non è il suo nome, perché l'iniziale col punto mi sembra sgradevole. E chiamo Luke il protagonista, così viene in mente lo Skywalker di Guerre Stellari.

Serena è una psicologa, ha chiesto di vedermi in veste di collaboratrice con un centro per autistici. Luke è un ragazzino secondo lei dotato di grandi capacità di disegno. Sono perplesso, non è la prima volta che mi sottopongono casi di "talenti" in erba, cercando spiragli per il mestiere. L'ambiente editoriale è difficile, evito sempre di creare illusioni, figuriamoci in questa situazione.

Mi alzo per andare alla cassa. A quel punto Serena gioca il jolly: apre una cartella e tira fuori i disegni di Luke. Una manciata di fotocopie formato A4, riduzioni di tavole molto più grandi. Mi risiedo. Guardo meglio.

Davanti ai miei occhi si apre un mondo: oggetti incastonati in personaggi a loro volta incastonati in oggetti, che diventano vignette, che a loro volta tornano oggetti. Tutta una geometria strana. Pare di entrare dritti nella mente di chi ha disegnato quelle forme. Le frasi nei balloons sembrano disarticolate, ma hanno un loro senso. L'impatto è quello di graffiti in sequenza, colorati con grossi Uniposca. C'è dentro qualcosa d'imprecisato: un fluido che subito mi cattura. Mezzo secolo fa, nella fattoria di Andy Warhol, certi "artisti visionari" avrebbero fatto salti mortali per arrivare a una simile freschezza espressiva. Certo, non è quello il punto, Luke non è ancora ascrivibile alla storia dell'arte. Però, già prima d'incontrarlo, mi parla dalla carta. C'è la sua mappa.  Quei segni così precisi e affascinanti sono forse segni del destino.

Serena me lo descrive. Un diciassettenne pacioccone, biondo e simpatico. Mi spiega le componenti della patologia, il contesto difficile della sua vita. Con quelle tavole sott'occhio, e la dura realtà che vi scorre sotto, la mia attenzione si fa più intensa. Inizio a proiettarmi il film. Forse, chi scoprì Antonio Ligabue, Van Gogh, o altri mostri sacri della naiveté visse sensazioni analoghe. Un afflato di sincera generosità, mista a previsioni sul come usare la scoperta. So farmi un pizzico di autoanalisi: c'è l'impronta dell'egoismo nella prima spinta all'aiuto, c'è la sindrome dell'anfitrione spavaldo in quel mio: "Vabbè, proviamoci. Accetto."

Decidiamo di vederci con Luke una prima volta e poi di lasciare passare l'estate. Se ne riparla in settembre. Concordiamo il giorno, l'ora. In una successiva telefonata, Serena mi avvisa che Luke è molto eccitato dalla cosa. No so se esserne contento o preoccupato. Il dubbio si scioglie il mattino dell'incontro. Al centro vengo convocato dalle responsabili che, insieme a Serena, tornano sulle loro intenzioni, mostrandomi il modo di lavorare. Io ribadisco il mio interesse e i miei dubbi, tutto sembra al punto di prima. Finché viene chiamato Luke, che stazionava in sala d'aspetto con la madre.

Entrando strilla: "Ciao, Lorenzo!". Si siede, sorride, non mi guarda negli occhi. Un diciassettenne pacioccone, biondo e simpatico. Fregato, ora mi tocca raccontare l'incredibile avventura, a puntate. Il film in cui Luke dovette imparare a usare la Forza. O in cui i cavalieri Jedi dovettero imparare a volare più bassi e capire che la Forza è sempre un viaggio reciproco. Magari la prossima volta, a Luke, gli cambiamo pure nome.

Quel film è per adolescenti, questa è una sfida importante.



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