Serena è una psicologa, ha chiesto di vedermi in veste di collaboratrice con un centro per autistici. Luke è un ragazzino secondo lei dotato di grandi capacità di disegno. Sono perplesso, non è la prima volta che mi sottopongono casi di "talenti" in erba, cercando spiragli per il mestiere. L'ambiente editoriale è difficile, evito sempre di creare illusioni, figuriamoci in questa situazione.
Mi alzo per andare alla cassa. A quel punto Serena gioca il jolly: apre una cartella e tira fuori i disegni di Luke. Una manciata di fotocopie formato A4, riduzioni di tavole molto più grandi. Mi risiedo. Guardo meglio.
Davanti ai miei occhi si apre un mondo: oggetti incastonati in personaggi a loro volta incastonati in oggetti, che diventano vignette, che a loro volta tornano oggetti. Tutta una geometria strana. Pare di entrare dritti nella mente di chi ha disegnato quelle forme. Le frasi nei balloons sembrano disarticolate, ma hanno un loro senso. L'impatto è quello di graffiti in sequenza, colorati con grossi Uniposca. C'è dentro qualcosa d'imprecisato: un fluido che subito mi cattura. Mezzo secolo fa, nella fattoria di Andy Warhol, certi "artisti visionari" avrebbero fatto salti mortali per arrivare a una simile freschezza espressiva. Certo, non è quello il punto, Luke non è ancora ascrivibile alla storia dell'arte. Però, già prima d'incontrarlo, mi parla dalla carta. C'è la sua mappa. Quei segni così precisi e affascinanti sono forse segni del destino.
Serena me lo descrive. Un diciassettenne pacioccone, biondo e simpatico. Mi spiega le componenti della patologia, il contesto difficile della sua vita. Con quelle tavole sott'occhio, e la dura realtà che vi scorre sotto, la mia attenzione si fa più intensa. Inizio a proiettarmi il film. Forse, chi scoprì Antonio Ligabue, Van Gogh, o altri mostri sacri della naiveté visse sensazioni analoghe. Un afflato di sincera generosità, mista a previsioni sul come usare la scoperta. So farmi un pizzico di autoanalisi: c'è l'impronta dell'egoismo nella prima spinta all'aiuto, c'è la sindrome dell'anfitrione spavaldo in quel mio: "Vabbè, proviamoci. Accetto."
Decidiamo di vederci con Luke una prima volta e poi di lasciare passare l'estate. Se ne riparla in settembre. Concordiamo il giorno, l'ora. In una successiva telefonata, Serena mi avvisa che Luke è molto eccitato dalla cosa. No so se esserne contento o preoccupato. Il dubbio si scioglie il mattino dell'incontro. Al centro vengo convocato dalle responsabili che, insieme a Serena, tornano sulle loro intenzioni, mostrandomi il modo di lavorare. Io ribadisco il mio interesse e i miei dubbi, tutto sembra al punto di prima. Finché viene chiamato Luke, che stazionava in sala d'aspetto con la madre.
Entrando strilla: "Ciao, Lorenzo!". Si siede, sorride, non mi guarda negli occhi. Un diciassettenne pacioccone, biondo e simpatico. Fregato, ora mi tocca raccontare l'incredibile avventura, a puntate. Il film in cui Luke dovette imparare a usare la Forza. O in cui i cavalieri Jedi dovettero imparare a volare più bassi e capire che la Forza è sempre un viaggio reciproco. Magari la prossima volta, a Luke, gli cambiamo pure nome.
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