martedì 28 aprile 2015

La sigaretta esplosiva

Già piove. Quando arrivo, vedo gli educatori col volto scuro. È successo qualcosa, penso. Infatti, Luca ha appena spintonato una donna lenta a scendere dall'autobus. È andata bene, nessuno strascico, ma lui è nervoso, compresso, in una delle sue bolle. Mi crolla tutto, temo per l'incontro con i bimbi, anche perché è una parte delicata del laboratorio. Quella creativa. Entriamo, Luca è catatonico, difficile recuperarlo. Si parte, io sono svuotato. Inventiamo personaggi, lanciatemi frasi, creiamo l'ambiente, ecc. I bimbi delle elementari si vedono già proiettati alle medie. E anche gli argomenti salgono di tono. Entro nel panico, mi sento solo, a gestire una cosa troppo grossa, stavolta. Poi, come per magia, grazie alla brillantezza dei ragazzi e al vedere Luca di nuovo attento e partecipe, la storia nasce. Erano previste due, ma ci prendiamo tre pagine. Una storia intensa. Recitiamo, scherziamo, urliamo dialoghi, ma arriva il momento in cui si deve recuperare la lenza: «Niente supereroi, scoppi, spari, lotte, niente voli, niente battute, non si ridacchia» dico all'improvviso «Stiamo facendo una cosa seria. Bisogna usare il cuore». Ammutoliti. Continuo a ripetere il concetto man mano, richiamando i loro occhi. Come faccio spesso con quelli di Luca. Funziona, un passo alla volta. Dialoghi lunghi e svolazzanti riportati in frasi brevi, realistiche. Non si gioca. Si parlerà di bullismo, di machismo, e di uno scambio di ruoli psicologici. Di occhi di una ragazzina che cambiano sguardo. Di una sigaretta spezzata, di una lacrima asciugata sul volto di un duro. Una storia non certo da terza elementare, ma così è andata. Non so quanto, ma so che qualcosa a loro è arrivato. Infatti, sono entusiasti. Ora, dopo questa titanica fatica dovranno disegnare e letterare la tavola. Aspettiamo. A fine incontro Luca mi dice: «Confesso, Lorenzo, io sto bene qui, con i bambini. La mia testa mi dice che sto bene qui.» Ecco.
 

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