Già piove. Quando arrivo, vedo gli educatori col volto scuro. È successo
qualcosa, penso. Infatti, Luca ha appena spintonato una donna lenta a
scendere dall'autobus. È andata bene, nessuno strascico, ma lui è
nervoso, compresso, in una delle sue bolle. Mi crolla tutto, temo per
l'incontro con i bimbi, anche perché è una parte delicata del
laboratorio. Quella creativa. Entriamo, Luca è catatonico, difficile
recuperarlo. Si parte, io sono svuotato. Inventiamo personaggi, lanciatemi
frasi, creiamo l'ambiente, ecc. I bimbi delle elementari si vedono già
proiettati alle medie. E anche gli argomenti salgono di tono. Entro nel
panico, mi sento solo, a gestire una cosa troppo grossa, stavolta. Poi,
come per magia, grazie alla brillantezza dei ragazzi e al vedere Luca di
nuovo attento e partecipe, la storia nasce. Erano previste due, ma ci
prendiamo tre pagine. Una storia intensa. Recitiamo, scherziamo, urliamo
dialoghi, ma arriva il momento in cui si deve recuperare la lenza:
«Niente supereroi, scoppi, spari, lotte, niente voli, niente battute,
non si ridacchia» dico all'improvviso «Stiamo facendo una cosa seria.
Bisogna usare il cuore». Ammutoliti. Continuo a ripetere il concetto man
mano, richiamando i loro occhi. Come faccio spesso con quelli di Luca.
Funziona, un passo alla volta. Dialoghi lunghi e svolazzanti riportati
in frasi brevi, realistiche. Non si gioca. Si parlerà di bullismo, di
machismo, e di uno scambio di ruoli psicologici. Di occhi di una
ragazzina che cambiano sguardo. Di una sigaretta spezzata, di una
lacrima asciugata sul volto di un duro. Una storia non certo da terza
elementare, ma così è andata. Non so quanto, ma so che qualcosa a loro è
arrivato. Infatti, sono entusiasti. Ora, dopo questa titanica fatica
dovranno disegnare e letterare la tavola. Aspettiamo. A fine incontro
Luca mi dice: «Confesso, Lorenzo, io sto bene qui, con i bambini. La mia
testa mi dice che sto bene qui.» Ecco.
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